COMUNE DI PIEVE D'OLMI

CENNI

STORICI

Anno 1950 - Piazza del Comune con la Chiesa di San Geminiano
Pedalando sull'argine maestro del Po
a 5 miglia da Cremona, verso sud-est,
vedi che galleggia una Pieve,
nel verde mare di maggio.

LO STEMMA

COMUNALE

  CENNI STORICI  
  Notizie storiche liberamente tratte dall'autore di queste pagine dal volume "Pieve d'Olmi - 990 - 1990 - Millennio di una comunita' " edito dalla Parrocchia di San Geminiano in Pieve d'Olmi nell'anno 1990 in occasione del millennio di fondazione della Pieve.

L'autore del volume e' il Maestro Sergio Canevari in collaborazione con diversi cittadini pievesi e non: Manfredini Fiorella, Usberti Marisa, Melati Annamaria, Suore Dorotee, Genzini Biancastella, Morenghi Elena, Cigognini Maria Silvia, Rivaroli Claudio, Maggi Giuseppe, Generali Gilberto, Archivio di Stato di Cremona, Biblioteca Statale di Cremona.

Hanno contribuito inoltre alla realizzazione del volume: L'Amministrazione Comunale di Pieve d'Olmi, l'Amministrazione Provinciale di Cremona e la Banca Popolare di Bergamo.

Si ringraziano inoltre le famiglie Mirri e Melati per aver messo a disposizione le foto storiche che vedrete riportate in queste pagine. (N.B. - Le fotografie risalenti all'anno 1950 sono inserite senza nesso logico con il testo)

 
 

SOMMARIO

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE


Anno 1950 - La Chiesa di San Geminiano

Il nome «Pieve» ha la sua origine nella parola «PLEBS», usata, con l'avvento del cristianesimo, per indicare la comunita’ dei battezzati.
Papa Sisto III nella sua epigrafe volle essere definito: «episcopus plebis Dei»; anche S. Ilario papa volle definirsi: «HILARUS EPISCOPUS SANCTAE PLEBIS DEI».
Lo stesso S. Agostino defini’ il papa: «padre della plebe cristiana... ».Il vescovo in antichita’ era chiamato «archiepiscopo plebano» e la cattedrale «plebium cathedrae».Ben si addice il nome plebs ai cristiani, popolo di poveri, davanti a Dio; nessuno cioe’ e’ nobile o patrizio, poiche’ ognuno e’ bisognoso della Sua Grazia per essere salvato.
L'espressione «Plebae Christiana» ha avuto quindi un significato preciso, la comunita’ dei battezzati, successivamente fu usata per indicare anche la chiesa, pieve come luogo di ritrovo per il culto e l'istituto o Ente Chiesa; infine indico’ anche il territorio sul quale quel popolo dei battezzati si era stanziato: cosi’ si diceva la plebs di tale Santo. Per noi si e’ arrivati alla denominazione di Plebe di San Geminiano.
Il nostro comune di Pieve d'Olmi, riferendosi a questi motivi storici, ha quale stemma una chiesa circondata da Olmi; riconosce che la prima comunita’ deriva da un gruppo di fedeli riuniti attorno ad una chiesa, in un luogo in cui l'olmo e’ «principe» della vegetazione.
Osservando dall'argine, la pieve sembra che vi siano case strette attorno alla chiesa ed i cascinali un po' staccati e non si capisce se una forza centrifuga li allontana come su una giostra veloce, oppure una forza centripeta li avvicina; cosi’ la gente di Pieve a volte e’ vicina col cuore e cerca di essere una comunita’ di persone, a volte invece, sembra allontanarsene: il suo destino e la sua vocazione sono chiari ... la realizzazione difficile...


IL TERRITORIO DI PIEVE D'OLMI


Anno 1950 - La Via Aldo Quaini verso Cremona

Il territorio di Pieve d'Olmi si trova a sud-est, a 5 miglia da Cremona (8 Km. circa in linea d'aria) sulla strada bassa per Casalmaggiore.
Il termine bassa non e’ improprio: infatti ha piu’ di un significato e tutti sono pertinenti.
Puo’ essere inteso come strada verso sud, in basso rispetto a Cremona, guardando la cartina geografica; pero’ puo’ essere zona «bassa» perche’ povera rispetto all'alto cremonese: cosi’ e’ stato nel corso della storia, ma soprattutto e’ strada bassa di Casalmaggiore perche’ si trova in basso dal punto di vista altimetrico, addirittura sotto il livello del Po. Statisticamente risulta che Rivolta d'Adda, ultimo comune a Nord, in provincia di Cremona, e’ 101 m. sul livello del mare, Cremona e’ 41 m., Cicognolo 44 m., Piadena e Casalmaggiore 34 m., sempre sul livello del mare.
Pieve d'Olmi e’ nel basso cremonese, e’ vicino al Po, i suoi confini a Sud sono costituiti appunto dal Po.
Il territorio della Provincia di Cremona, sito in pianura Padana e’ completamente di origine alluvionale, ma puo’ essere distinto, senza essere generici, in due parti: l'alto cremonese ed il basso cremonese. Il territorio dell'alto cremonese, ricco di acque non e’ comunque soggetto ad impaludamenti, essendo naturalmente inclinato (vedi altimetria precedente) verso sud e poiche’ la sua composizione o costituzione mineraria e’ sciolta e permeabile. Nelle zone Nord non e’ quindi necessaria la dotazione di canali di scolo per lo smaltimento delle acque, ma solo di canali per l'irrigazione. Durante le fasi «dacquatorie» (d'irrigazione) l'acqua viene facilmente assorbita dal terreno, lo stesso avviene nelle stagioni piovose. Se poi la pioggia fosse persistente, sono gli stessi canali per l'irrigazione che fungono da canali di scolo. Non c'e’ mai stato bisogno di bonifiche nel territorio dell'alto cremonese. Infatti la linea di massima pendenza corre da Nord a Sud, fino a Cremona, ma li giunta piega verso Est e s'incunea fra i corsi del Po e dell'Oglio. (Quasi in corrispondenza della Via Postumia attuale).
Si capisce come le acque provenienti dal Nord, qualora non siano opportunamente incanalate, vengano ad impaludare le nostre zone, considerato che i materiali detritici che compongono il substrato alluvionale sono in prevalenza limosi ed argillosi, difficilmente permeabili (vedasi il terreno della Ca' Rossa e dintorni).
Se queste differenze tra l'alto ed il basso cremonese al nostro secolo non e’ facilmente riscontrabile, salvo alcuni terreni tenuti a dorso di mulo per far defluire le acque, precedentemente la differenza era marcata per le diverse coltivazioni e la struttura paesaggistica. Infatti la zona settentrionale dal 1400 in poi era ben irrigata dai canali Naviglio Civico e Pallavicino ed era agronomicamente sviluppato, i prodotti erano copiosi mentre al Sud c'erano molte paludi e «non s'adaqua e se non ci fossero li arzini che si mantengono dentro al Po et Olio se inondaria le mitta’ di quelle parti et di sotto.» questo risulta in un documento dell'Epoca di Carlo V (1551) ed altri simili.
Si puo’ immaginare di tracciare una linea da Stilo de' Mariani, Cappella Picenardi, Derovere, San Lorenzo Mondinari, San Salvatore, Tidolo, Pieve d'Olmi, Forcello, Lagoscuro e Gerre Caprioli e notare come, nei secoli scorsi, Vi fossero ad Ovest molti campi adacquatori con rendite notevoli, mentre nel paese inferiore ad est le acque dimezzavano i prodotti ristagnando sulle sementi. A Ovest i campi erano livellati, a Est avevano colmi centrali per fare defluire le acque, ma ai coltivi del Nord si sostituivano pascoli, lame, e zone alberate o avitate (viti che offrivano poca resa pero’). Insomma nel passato al Nord «li signori seriolanti s'arricchivano e li poveri arzenisti del sud (anche gli olmesi) vivevano di stenti e piu’ d'una volta i carri carichi di grano e di miglio partirono dal settentrione della provincia per sfamare «quelli della bassa ... ».
Cio’ non umilia i Pievesi, ma ingigantisce il merito di chi ha vissuto su questa terra e l'ha conquistata con immane fatica. La situazione non deve essere rimasta tanto negativa per molti anni ancora, poiche’ nelle carte del Catasto Teresiano del 1723 gia’ figurano gli attuali canali d'irrigazione: Pozzolo, Gazzolo, Dosolo, Silvella, Gambina ed altri minori.


CLIMA


Anno 1950 - Il Municipio

Dopo che si e’ parlato di territorio, non e’ possibile tralasciare di parlare del clima, che comunque ha un incidenza notevole sulla vegetazione, sulle attivita’ e la vita delle persone che in quel territorio abitano.
E' noto a tutti il rapporto d'interdipendenza vegetazione-clima a motivo dell'opera regolamentativa delle piante circa l'umidita’ dell'aria e l'evolversi repentino delle situazioni atmosferiche.
Ai nostri giorni mancano, rispetto ai tempi trascorsi, molti alberi sul territorio, (forse per questo soffriamo molto l'umidita’, l'afa estiva e assistiamo a fenomeni di scomparizioni delle stagioni: si passa dall'estate all'inverno e viceversa, quasi che le fasi intermedie (autunno e primavera) dell'anno fossero scomparse.
Anche l'uomo che opera sul territorio quindi contribuisce a variare il clima e l'«Effetto serra» che pare causato dall'inquinamento, cosi’ come il «Buco dell'Ozono nell'atmosfera», sono conseguenze delle sue scelte. Operando sulla vegetazione, l'uomo modifica anche il clima.
Se questo e’ facile oggi da capire, bisogna comunque riconoscere che forti variazioni climatiche sono riscontrabili nel nostro territorio anche nel corso della Storia, quando l'uomo non si era ancora conquistato quella fetta di potere che ora, pare, gli compete.
E' quasi certo che tra il 300 a.c. ed il 400 d.C., periodo corrispondente all'eta’ romana ci fu un regresso dei ghiacciai ed un innalzamento minimo (1,5') della temperatura e una conseguente diminuzione della piovosita’, con variazioni nelle coltivazioni per quanto riguarda le nostre zone.
Avvenne nel 218 a.C. la fondazione di Cremona, per difendersi dall'invasore Annibale e la costruzione di una strada lungo il Po da Cremona a Viadana, per proseguire fino a Brescello, Reggio, Modena e Bologna. Proprio in quel periodo l'impaludamento era rninimo rispetto ad altri periodi.
Tra il 400 d.C. e l'800 a.c. sopraggiunge un periodo «fredaio» segnato, secondo gli studiosi, dall'avanzata dei ghiacciai, dell'aumento della piovosita’, soprattutto nelle nostre zone, e dalla diminuzione delle temperature.
Quindi anche la vegetazione subi’ delle variazioni notevoli.
Poi si alterno’ un periodo piu’ asciutto ed un po' piu' caldo tra l'800 ed il 1200 d.C. ed il questo periodo avvenne l'insediamento dei frati a Lagoscuro e la prima bonifica a Pieve d'Olmi, che pure in alcune zone era abitato precedentemente. Ed anche in fasi successive assistiamo a queste piccole variazioni di l' o 1,5' di temperatura e manifestazioni climatiche, ma l'uomo, anche a Pieve d'Olmi, aveva imparato ad usare il territorio, a «comandare» in un certo senso il corso dell'acqua.
Nel libro «Natura e Ambiente nella provincia di Cremona dall'8' al 19' secolo, da cui sono stati presi questi brevi appunti, si parla di una breve era glaciale tra il 1600 ed il 1850; e negli appunti di un sacerdote di Tidolo, del 1700, tale don Galli, di cui parleremo piu’ avanti, si trova conferma. Egli appunto’ sul suo diario che il Po rimase ghiacciato in vari anni, nella fredda stagione, e che si poteva attraversare con carro e buoi, talmente alto era lo spessore del ghiaccio. Cio’ avvenne anche nel 1800.


CENNI SULLA VEGETAZIONE


Anno 1950 - Scuole Elementari

Dopo alcune informazioni sul clima, che meriterebbe ulteriori approfondimenti, eccoci alla vegetazione, che ha un'influenza notevole sulla vita delle persone che vivono in un determinato luogo. Anche riguardo a questo argomento e’ reciproca l'influenza con l'uomo.
Egli puo’ modificare la vegetazione e questa puo’ incidere sul modo di alimentarsi, di costruire, entrando in una catena in cui non sono da escludere gli animali. Pure la vegetazione non e’ assolutamente stabile, vuoi perche’ e’ variato il clima, vuoi perche’ l'uomo ha, piu’ o meno inconsapevolmente, apportato mutazioni nel trascorrere dei secoli.
Gia’ alla fondazione di Cremona il territorio era descritto dagli storici romani come ricco di vegetazione fiorente e prosperoso e molti cereali e carne di maiale impinguavano gli abitanti di Roma e i banchetti patrizi. Poi nel III e IV secolo d.C. gli aggravi fiscali intollerabili provocarono il progressivo abbandono delle terre e l'espandersi delle zone incolte e boschive, cosicche’ durante il dominio Longobardo e nei periodi successivi l'«Economia Agricola» quasi scomparve e in zone rivierasche del Po estesero il loro dominio la selva, la sodaglia, la palude, soprattutto perche’ i pochi rimasti non riuscivano, con la sola forza delle braccia, a contendere spazi per la coltivazione (Natura e ambiente nella Provincia di Cremona dall'VIII al XIX secolo).
Sempre la stessa fonte, arricchita da ottime citazioni bibliografiche, ci da informazioni sulla situazione della zona cremonese, compreso il territorio di Pieve d'Olmi, circa i caratteri ambientali dell'VIII, IX e X secolo, che ci riguarda direttamente per l'origine della Parrocchia.
In documenti dell'VIII secolo si parla di «carte cum orto, campis (campi), vineis (vigneti), pratis (prati), pascuis (pascoli), silvís astolaris (boscaglie con arbusti e pali), rivis cum paludibus (rive con paludi), cultum et incultum, ma cum pomiferis et infructuosis»...
C'era dunque notevole varieta’ di modi per sfruttare il terreno. Risulta quindi che le zone incolte avevano la preponderanza e comunque servivano agli abitanti della zona quanto quelle coltivate. Anche l'incolto, essendo scarsa la popolazione, era un'area tenuta per le necessita’ dei «pochi» che vivevano sul territorio.
La «silva» era zona di alti alberi, quasi impenetrabile, zona di caccia tuttalpiu’, ed intoccabile se non dai «signori proprietari» che ne usavano eventualmente per costruzioni. C'era pero’, vicino ad essa una «silva minores» da cui si ricavavano soprattutto «pali», «astoriae» (necessarie per recinti, capanne, per attivita’ dell'«ortus» anche ai nostri giorni capita di vedere persone con la fascina di pali sulle spalle, che torna dalle campagne) e per avere fogliarne come nutrimento per gli animali.
Esistevano «silvae minores» con alberi ad alto fusto, tipo ippocastani, per il nutrimento di animali.
Anche la quercia era assai diffusa, vari tipi di querce, ad «saginandum porcus», (per nutrire i maiali),
Sussistevano pure pascoli naturali con arbusti vari.
Secondo i documenti e considerato il clima, l'ambiente e la vegetazione attuale possiamo dare per certa la presenza di olmi, frassini, carpini, aceri, ippocastani, querce, robinie, ontani, pioppi, oppi, salici, bagolari, platani, tigli... (il gelso fu introdotto successivamente).
Assai interessante e’ notare, come la stessa opera cita minuziosamente (Natura e ambiente ... ) la concomitanza tra il variare del clima e la riduzione della zona boschiva nel territori del cremonese, soprattutto nelle zone rivierasche del Po. L'opera dell'uomo incise particolarmente su queste mutazioni poiche’ la ripresa della vita nelle campagne richiese nuove terre coltivabili; le costruzioni d'ogni tipo «favorirono il disboscamento», la stessa attivita’ d'allevamento di porci e bestiame, che usava il pascolo come metodo fondamentale, provoco’ la scomparsa di vegetazione; infatti il grufolio dei maiali scalzava plantule ed inibiva la germinalita’ delle ghiande, poi gli stessi maiali mangiando i frutti impoverivano il quantitativo dei semi.
I nomi delle piante presenti nel territorio arricchiscono la toponomastica della zona.
Le zone tipo «Roncalies», in roncoras qui dicitur Logobardorum, (Roncole di Longardore) derivano da roncare=dissodare e risalgono a quei tempi, prima dell'anno 1000.
Gaglio - Gagliolo - Gazolo (Gazzo) derivano da Gahagi (di origine Longobarda) che significava zona boschiva riservata. Silva - Silvella sono toponimi presenti nelle nostre zone, sono localita’ ancora sussistenti.
Ma piu’ ancora accessibili sono i toponimi derivanti dalle querce, cioe’ dalle rovere: duo robori DEROvere, dalle Quercus Cerris - Cerreto, S. Pietro in Cerro; dal Salice «El Sales», Saliceto; dal «Populus Canescens», da cui deriva Tidolo, vocabolo usato anche oggi sul cremasco per indicare quella pianta, da Ulmus, da cui derivano Ulmeneta (Olmeneta), San Michele in Ulmus (San Michele Sette Pozzi), tra l'altro appartenente alla Porta San Lorenzo (Via XX Settembre attuale), a Pieve d'Olmi; e cosi’ da altri alberi o piante sono derivanti i nomi di varie localita’.
Le zone paludose davano origine a particolari piante: se «Canneto», dopo Piadena, ci richiama l'esistenza di canne, ma e’ un po' lontano, Caretulum, l'odierno Carettolo di Bonemerse, gia’ comune confinante con San Fiorano, appartenente a suo tempo alla Parrocchia di Pieve d'Olmi, fa riferimento alla presenza di piante di «carici» che crescono vicino ad acque paludose, o acque a lento flusso.
Questo per quanto riguarda direttamente la storia agli inizi, ma sarebbe certamente interessante vedere l'evolversi continuo della vegetazione nel nostro territorio secondo le esigenze, la competenza acquistata nel corso dei secoli e le necessita’ economiche.
Perche’ e’ scomparsa la coltivazione della vite a Pieve d'Olmi?, perche’ non ci sono piu’ i filari dei pioppi intorno ai campi?, queste ed altre domande sono stimoli per conoscere, ricordare, capire e scegliere il futuro.


NOTE SULLA FAUNA NEL TERRITORIO DI PIEVE D'OLMI


Anno 1950 - Asilo Comunale

E' certo che nelle boscaglie che occupavano il territorio vivevano i lupi o perlomeno predavano nelle stagioni invernali. Piu’ di un documento attesta la loro presenza: quando si menzionano ricompense da parte delle autorita’ per ogni lupo catturato e c'era chi, in tempi lontani, viveva con le ricompense accumulate cacciando i lupi. (Vedi anche i toponimi tipo Ca' del lupo a Pieve Delmona o San Giacomo Lovara - da «Iovaria», cioe’ zona di lupi).
Certa e’ pure la presenza quindi di grossi ungulati nelle zone boschive e silvestri: cervi, caprioli, cinghiali. Infatti le Provvisioni della Gabella Magna di Cremona, nel 1299, ancora parlavano di «porci e caprioli selvatici» come normale selvaggina da vendersi sul mercato cittadino.
Ancora nel 1800, secondo uno studio di Riccardo Groppali, il nostro territorio offre una gamma faunistica ricchissima che va dalle varie specie di insetti, ai pesci, agli uccelli, agli anfibi e rettili, ai mammiferi. La fauna si e’ notevolmente ridotta in seguito al disboscamento.
Dispiace non potere approfondire il discorso sulla «bella d'erbe famiglia e d'animali» per ragioni di spazio e di stampa.


PRIMA DEL 990


Anno 1950 - Scuole Elementari

La nostra immaginazione, dopo le brevi considerazioni sulla flora e sulla fauna, ci portano a meravigliosi tramonti sul fiume in quei lontani tempi in cui l'estate allungava sulla distesa delle acque, come su di un lago, la luce; e dai canneti degli stagni si procedeva alla vergine vegetazione simbolo di terra generosissima. Piu’ lontano dal fiume, un folto bosco di olmi intensi diceva la sua ricchezza di questa zona da esplorare e da sfruttare. Immenso quadro di colori per i poeti e i mistici, luogo sognato dai pescatori, zona ideale del cacciatore che qui trovava naturale parco di riproduzione della selvaggina ed il passo degli uccelli emigranti, paese malsano per la malaria e l'umidita’ che le nebbie e gli stagni del fiume favoriscono, ma soprattutto terre feconde che il contadino arrivera’ a bonificare e a coltivare.
Certo quel paesaggio attiro’ uomini primitivi all'eta’ del Bronzo (4.000-1.000 a.C.) poiche’ a S. Fiorano del Palazzo, durante lavori furono rinvenuti nel 1960 reperti risalenti a quel periodo (Vedi Cremona - Momenti di Storia cittadina di Bertinelli Spotti e Mantovani-Comune di Cremona 1985 alla pagina 25).
Suddetti abitanti erano in contatto con gli abitanti di Piadena o del Modenese, cosi’ conferma lo studio dei reperti effettuato dal Prof. Pontiroli, direttore del Museo Civico di Cremona.
Probabilmente, gia’ all'epoca della fondazione di Cremona (218 a.C.) c'erano insediamenti di piccole comunita’ nella zona. Comunque gli Etruschi ed i Romani avviarono lavori di arginatura del Po nel IV e III secolo a.C.
Sopra lo stesso argine (di modesta entita’) i romani avevano costruito una strada nel periodo in cui erano in lotta contro Annibale che stava invadendo l'Italia. La strada aveva un'eccezionale importanza strategica poiche’ da Cremona si arrivava a Casalmaggiore, Viadana, Brescello, fino a Reggio, Modena e Bologna.
Anche dopo la nascita di Cristo gli abitanti della zona erano adoratori di tante divinita’ e con molta probabilita’ tenevano tra gli dei tutelari Mefite, divinita’ dei luoghi malsani e paludosi, alla quale presso Cremona era dedicato un tempio, come ricorda lo storico romano Tacito.
A quei tempi la campagna era distribuita nei Pagus: vasti territori corrispondenti agli attuali distretti, dipendenti dalle citta’, e c'era il vico (borgo, villa, paese, capoluogo) che era l'abitato del pagus di tutto il distretto campestre (che oggi corrisponde al comune); che aveva sotto la propria giurisdizione territoriale ville e cascinali distribuiti attorno.
Soltanto nel vico veniva messo il sacerdote con giurisdizione parrocchiale, e non in ogni villa o frazione. Il vico era il paese piu’ popoloso e piu’ importante di una determinata zona (comune) ed era il capoluogo del distretto campestre cioe’ del pagus. Soltanto in tempi molto recenti anche le piccole frazioni otterranno una propria autonomia parrocchiale ed avranno un proprio parroco.
Nessuna parrocchia puo’ vantare l'antichita’ della parrocchia di Pieve d'Olmi.
Al contrario a tutte le parrocchie limitrofe possiamo documentare la filiazione della matrice: della vecchia nostra Pieve. Questo possiamo affermare a Stagno, a S. Daniele, a Sospiro, a S. Michele Sette Pozzi, a Sommo, a Pugnolo, a Tidolo, a S. Salvatore, a Longardore, a Brancere, a Isola Pescaroli.
Circa l'origine della parrocchia bisogna rifarsi a S. Geminiano che e’ divenuto il Patrono ed il titolare della Pieve.
In mancanza di documentazioni valide, si possono fare solo tre supposizioni, convalidate dalla tradizione:

a) Nel 610 moriva il vescovo di Cremona Desiderio I modenese. Era arrivato a Cremona che l'aveva trovata devastata e disabitata. Era infatti stata arsa e distrutta il 21 agosto 603 dal re longobardo Agilulfo. Il vescovo che al tempo della distruzione della citta’ ne teneva il governo spirituale era fuggito secondo tradizioni nell'attuale Sesto. Non sarebbe lecito pensare che sia stato proprio il nuovo vescovo Desiderio modenese, che, per devozione al Santo della propria citta’ natale, abbia fondata la nostra Pieve dedicandola a S. Geminiano.

b) 0 dobbiamo invece attendere un altro vescovo pure oriundo da Modena, per attribuirgli questo merito? Ne verra’ infatti un altro nell'816 e sara’ proprio Malfredo o Waldolfo. Questi avendo parteggiato col vescovo di Milano per Bernardo re d'Italia, contro lo zio Lodovico il Pio, fu deposto, fu poi chiuso in carcere in un monastero dove poi mori'. Le circostanze che si raccontano intorno a questi due vescovi sono tali da lasciar tempo di concedere attendibilita’ alla supposizione della nascita della Pieve da uno di questi vescovi. Dall'altra parte chi di altri avrebbe portato in Diocesi di Cremona, in questi tempi remoti, la devozione di un Santo modenese.

c) C'e’ una terza soluzione attendibile e forse la piu’ prossima all'attendibilita’. Abbiamo detto che la chiesa di S. Martino in Lagoscuro del 990 e’ di proprieta’ dei monaci di Nonantola. Non sarebbe abbastanza facile attribuire la fondazione della nuova Pieve di S. Geminiano a questi monaci, nel territorio di loro giurisdizione (Lagoscuro e’ in territorio di Pieve d'Olmi fino al 1879) sotto la protezione del Santo della loro citta’ di provenienza? (Nonantola infatti e’ presso Modena).


ORIGINE DELLA PIEVE


Anno 1950 - Piazza 25 Aprile - Monumento ai caduti

Lo storico Astegiano nei suoi volumi I e Il evidenze le situazioni storiche nel cremonese nei vari secoli, e fa un elenco dei documenti riguardanti la vita della Diocesi di Cremona. Egli, riguardo al X secolo, fa notare la relativa pace del periodo, la mancanza di grosse pestilenze e un conseguente e notevole incremento della popolazione. Olderico Vescovo di Cremona, dal 973 al 1004, d'origine francese, nota queste situazioni sociali positive e si preoccupa di dare un lavoro, terra da coltivare alla gente per evitare l'ozio ed eventuali carestie. Egli si affida ai Benedettini dell'Abbadia di Nonantola, nel modenese, conoscendo le abilita’ maturate nel tempo dall'ordine che aveva ormai esperienza secolare, e la fedelta’ alla Chiesa. Non solo Lagoscuro, ma molte terre rivierasche del Po e dei suoi affluenti, furono affidate ai Benedettini che avevano gia’ una residenza in Cremona, dove si trova oggi la Basilica di San Lorenzo, sconsacrata attualmente, collaterale a Via XX Settembre, e periferica alla citta’ di quei tempi.
Il vescovo di Cremona, a quei tempi, per concessione imperiale, era pienamente responsabile, padrone diremmo noi, per dare efficacia all'idea, della citta’ e di tutto il territorio nel raggio di 5 miglia (á.000 metri). Spesso questi vantaggi e poteri temporali furono contestati dal «Gastaldi di Sospiro e di Sesto Cremonese, (siti a 6 miglia da Cremona: Sex-pilas=6 miglia, Sesto=6 pietre miliari) ma l'imperatore a quel tempo sempre confermo’ quei benefici.
I frati quindi agirono in piena liberta’, sotto la protezione del Vescovo, costruirono l'Abbazia di cui restano ancora tracce ai nostri giorni, a Lagoscuro, cascinale con chiesa, tra Stagno Lombardo e Pieve d'Olmi, cosi’ nominata per un lago, in parte ancora presente.
G. Bresciani, storico del 1600, su un suo volume manoscritto, depositato presso la Biblioteca Governativa di Cremona, fa risalire l'origine di Lagoscuro al 990.
Fu in quel periodo che i frati avviarono l'opera di rievangelizzazione, partendo dall'esigenza di unire la gente del luogo in una comunita’, in una pieve, gente che fino a allora viveva di caccia e di pesca, sparsa sul territorio, in umili capanne, forse tentando qualche coltivazione, come all'epoca romana, prima della decadenza dell'impero e dell'invasione dei Barbari.
Probabilmente alcuni piccoli centri esistevano gia’ prima del 990, visti i ritrovamento preistorici, l'esistenza del Gastaldato imperiale di Sospiro, e considerate le ipotesi del Cavitelli, altro storico Cremonese, che riporto’ nei suoi «annales» la storia di Giovanni Baldesio e Berta di Cremona, che fa risalire l'origine di Pieve d'Olmi al IV secolo d.C.; trattavasi pero’ di proprieta’ di signori, che difficilmente risiedevano sul posto, ma vi tenevano i servi ed i «contadini».
San Fiorano, piu’ importante della stessa Pieve fino al 1700, anche se sotto la giurisdizione parrocchiale di Pieve d'Olmi, e’ spesso riportato in antiche carte, cosi’ come Lagoscuro.
Nel Xll secolo a Pieve d'Olmi si stabiliscono gli Umiliati dell'Abbazia di S. Abbondio di Cremona; i monaci si resero benemeriti continuando la bonifica dell'Agro e impiantando una delle piu’ antiche «Spezierie» che la storia lombarda conosca.
Pieve d'Olmi partecipo’ attivamente alla gloriosa attivita’ comunale del XII secolo. In un documento latino dell'epoca si fa infatti menzione di 9 «Lomines» della localita’ che presero parte alla battaglia di Legnano vinta dai collegati contro Federico Barbarossa. Comunque Pieve d'Olrni ha un nome particolare, rispetto agli altri luoghi e villaggi che sorgono dalla palude, dalle acque, dai boschi, dai sassi, dalle sabbie e dagli uccelli del luogo: e’ chiamata Pieve, perche’ destinata ad essere centro di aggregazione e d'unione di gente. Gli altri luoghi del posto sono: Bosco ex Parmigiano, Stagno, Bonemerse (da bona emersa, cioe’ beni o ricchezze o terreni emersi o riscattati dalle acque), Sommo con Porto (da sommita’, posto elevato), Isola Pescaroli, Motta (da fango in lingua dialettale o da motto che in lingua dialettale significa posto elevato). Gli stessi cascinali che sorgono in queste zone portano la maggiore parte nomi che tradiscono la stessa derivazione: Cornacchino o Ca' del Bosco, Cornacchio, Ca' del Codolo (cedolo in dialetto e sasso in italiano), Gerolo (sasso, ciottolo o ghiaia), Morta (luogo di acque stagnanti), Lagoscuro, Cantarane, le Chiaviche, le Selvatiche, Sabbioni.
Altre notizie, riguardante la storia di Pieve d'Olmi dell'alto Medio-Evo, non ne abbiamo.
L'archivio della parrocchia riporta i nomi dei parroci, risalenti al 1441: si comincia con tale Don Luchino De Stradivertis.


VISITE PASTORALI A PIEVE D'OLMI NEI SECOLI


Anno 1950 - Piazza 25 Aprile

6 settembre 1567: nei documenti di questa visita (fatta dal vescovo Nicolo’ Sfondrati che sara’ cardinale e futuro Papa) si legge che la chiesa di Pieve d'Olmi e’ matrice di S. Daniele, S. Salvatore, Tidolo, Sospiro, S. Michele Sette Pozzi.

28 luglio 1572: in questa visita, fatta dallo stesso vescovo, si legge che il parroco deve lamentare che i fedeli portano armi sul cimitero (che circondava tutta la chiesa) e fanno strepito sul «Piazzolo qui vicino, tale, che impediscono li divini Offizi». Vengono visitate anche le chiese di S. Bartolomeo a Ca’ de' Stavolis, di S. Fiorano che «E' in malo stato e minaccia rovina», di san Martino a Lagoscuro. 22 maggio 1599: visita del cardinale Cesare Speciano alla parrocchia; la chiesa di San Fiorano ha una epigrafe sul marmo, dalla quale risulta un altare consacrato nel 1149 nel novembre da Curio Monoberto (vescovo che fu scomunicato parteggiando per Federico Barbarossa contro Papa Alessandro III) vuol dire che la vecchia chiesa di S. Fiorano nasce proprio nel tempo in cui si costruisce il duomo di Cremona. Era a tre navate. L'aveva appena messa a posto Camilla Ariberti cremonese.
Nello stesso giorno e’ visitata anche la chiesa di S. Bartolomeo a Ca’ de' Staoli «che decisi edificata da una famiglia De Fatis Staolis o da uno della famiglia De o Donis». 25 agosto 1614: tra i vari decreti di Sacra visita si ordina, tra l'altro, che «alle sepolture si provveda con suo coperchio doppio col suo incastrino per ovviare alle esalazioni fetenti che ne uscisero e particolarmente la estate».

6 aprile 1699: nei documenti storici di questa visita appare per la prima volta la chiesa di S. Gaetano a Ca’ de' Staoli. Infatti questa chiesa che ancora sussiste era stata innalzata nel 1689.

7 ottobre 1723: la visita pastorale avviene mentre sono in corso opere di riforme nella chiesa specie al presbiterio. La chiesa allora era molto piu’ piccola dell'attuale, mancando delle ultime due arcate aggiunte solo all'inizio del 1800. Viene visitata anche la chiesa di S. Fiorano, che era stata appena costruita dalle fondamenta e portata a piu’ eleganti forme dal marchese Bartolomeo Ariberti e benedetta il 22 luglio 1722 dal vescovo Alessandro Litta.

La parrocchia conta 1450 abitanti.

Dal 1808 al 1818 per opera dell'arciprete Don Giuseppe Cerini vengono realizzati i seguenti grandi lavori di ampliamento della chiesa parrocchiale: prolungamento di due arcate, allungamento del coro, acquisto di un nuovo altare maggiore. 23 maggio 1821: dai documenti di questa visita risultano proprieta’ della chiesa il Remitello e la Casella (incamerati poi dallo stato nel 1866).

31 ottobre 1875: visita pastorale di Mons. Geremia Bonomelli. La popolazione e’ di 3.000 anime tutta agricola e dispersa. Vi e’ una societa’ operaia fondata da chi si atteggia a repubblicano.


LA GRANDE PESTE DEL 1630 A PIEVE D'OLMI

(sotto il re di Spagna)


Anno 1950 - Pieve d'Olmi arrivando da San Daniele Po

Spentasi con la morte del duca Francesco Maria la famiglia degli Sforza (1535) Carlo V di Spagna cedette come feudo il ducato di Milano con tutto il territorio annesso, e quindi anche Pieve d'Olmi al figlio Filippo Il, dando cosi inizio alla dominazione spagnola che si protrarra’ per 170 anni.
Pieve d'Olmi, stremata dalla guerra, dalla fame, dalle malattie e dagli innumerevoli pesanti balzelli, aveva subito con rassegnazione il nuovo cambio di padrone, accettando le tribolazioni di ogni giorno con una estenuante indifferenza.
La diminuita popolazione, la decadenza dei commerci, la minore importanza strategica di Cremona, avevano favorito il sorgere di un estenuante torpore che adattava gli animi a qualsiasi cosa, pur di evitare nuove avventure.
Solo cosi’ si puo’ spiegare la passiva rassegnazione con cui tutta la citta’ del ducato di Milano soggette agli Spagnoli accettarono le angherie di vari signorotti locali, che, protetti dalla autorita’ dei governanti, manipolavano la legge a loro talento, infischiandosi delle numerevoli grida di manzoniana memoria.
I feudatari di Pieve d'Olmi erano, a quei tempi, i marchesi: Delle Mele (Meli) a Malgarida, Amidani a S. Fiorano Sup., Gagarotti al Bagarotto, Ariberti a S. Fiorano del Palazzo, De Bisolati al Forcello, Alio a Ca’ de' Ali, Croci a Ca’ de' Croci. Per farvi un'idea della penosa situazione di quell'epoca, basti leggere alcune pagine dei Promessi Sposi del nostro Manzoni che con scrupolosa esattezza storica innesta nel suo romanzo l'atmosfera del 600 e della dominazione spagnola in Italia. I feudatari che vivevano nei loro feudi, esercitavano piena giurisdizione fino al sangue; dominavano la loro plebe da piccoli tiranni, con estorsioni, pedaggi, tributi, fatiche, umiliazioni, oscenita’, prepotenze, ingiustizie e brutalita’. Avevano a personale difesa i piu’ truci e spietati sgherri e bravi, i quali eseguivano ogni rischiata e nefanda commissione, ed erano dal loro signore premiati, ogni volta che riuscivano ad appagare i suoi desideri. Oltre a cio’ i feudatari avevano nei loro castelli prigioni, trabocchetti e pozzi con lame taglienti, onde precipitarvi chiunque non avesse ubbidito agli ordini esecrandi del truce e fiero padrone.
Basta scorrere i registri canonici dei morti della parrocchia, per rendersi conto della facilita’ e frequenza con cui si commettevano questi delitti anche a Pieve d'Olmi.
Quando quei tirannelli uscivano a diporto per la citta’ o per la campagna, erano sempre accompagnati da servi e da bravi. Se uscivano sui loro cocchi erano preceduti dai corrieri o lacche’, e numerose cavalcate annunziavano con grande rombazzo il venire di un signore. Talvolta uscivano anche mascherati, sempre liberali di insulti alla plebe avvilita. «La spada che avevano disimparato a usare per la difesa della patria, era al loro fianco presta ogni momento alle vendette private: un insulto non si poteva tergere che col sangue, in duello se fra pari e pari, se no pel bastone dei servi».
Disprezzo delle leggi, baldanza dei cechi privilegiati e tracotanza di chi sapeva schivare le leggi portarono a tristi conseguenze. «Gli antichi costumi domestici si alterarono; si diffuse il fasto senza ricchezza; l'orgoglio senza franchezza; l'ambizione senza pubblica virtu’, inerzia senza riposo, avventure senza gloria ... miserie senza compianto.
Allora la ragione era per il piu’ forte e l'innocenza sempre in pericolo di essere oppressa; sfacciata era la scostumatezza, trionfante la prepotenza, arenata l'industria, inosservata la giustizia, ed il volgo fu educato a prostrarsi silenzioso e stupido, sotto l'estremita’ dei suoi mali».
Proprio, per colmo di sventura, in questo triste periodo, scoppio’ in tutta la Lombardia la famosa peste del 1630. Si tratta della peste descritta con tanta arte dl Manzoni. Nel cremonese i primi casi si manifestarono verso la fine del febbraio. Il Grandi afferma che piu’ di due terzi dei cittadini di Cremona morirono per la peste e per la carestia in questi anni. Piu’ di 16.000 cittadini morirono in Cremona. Aveva fatto irruzione nel cremonese un numeroso esercito di spagnoli, di fiamminghi, di lombardi e di napoletani per la guerra mossa da Carlo Emanuele di Savoia e da Gonzales di Cordova, governatore di Milano contro il duca di Mantova nel 1628. Causarono distruzioni e segui la carestia e saccheggi.

Di qui sfocio’ la peste.

A Pieve d'Olmi il 31 marzo si era trovato una bambina morta su di un fienile di Lagoscuro con il fratellino pure morto accanto, che giravano in cerca di elemosina. Ma non si puo’ assolutamente arguire che questo sia stato l'inizio dell'epidemia ed effettivamente in Pieve d'Olmi ebbe inizio il 6 giugno 1630 a S. Fiorano dal Sig. Bagarotti con un servo dei signori, che fu «sepolto senza esequie per la contagione, e senza sacramenti».
Nel mese di giugno per «contagíone» muoiono 21 persone, tra le quali anche Battistino Stefan dell'Ill.mo Sig. Marchese Ariberti a S. Fiorano, di 17 anni e Caterina moglie di Marchese De Bisolati abitante al Forzelo, sepolta senza sacramenti essendo morta di contagione all’improvviso di anni 55.
Nel luglio morirono di peste 69 persone. In una stessa casa, nello stesso giorno, muoiono 4 persone: padre e tre figli a Farfengo.
Il 27 luglio muore pure il Cav. Cesare Amidani abitante a S. Fiorano d'anni 60.
Nel mese d'agosto l'arciprete nei registri dei motti elenca 20 rnorti di contagio e poi, vedendo che non gli rimane tempo e possibilita’ di seguire ordinatamente la registrazione regolare con dati di paternita’ e luogo di morte dei colpiti, si accontenta di un elenco affrettato e riassuntivo che va dal 25 agosto al 4 settembre.
Poi non ci sono piu’ morti di contagione. E' cessata la peste. Un autore descrive la desolazione di questi giorni: «alcune giandusse (ghiande) dei carboncelli, dei bubboni che apparivano nelle parti piu’ deboli e delicate del corpo e una leggera febbre davano inizio del crudo malore, e toglievano la vita in meno di un giorno chi ne veniva attaccato...
Spesso i moribondi si immischiavano ai morti... Le case degli appestati erano immantinenti chiuse.
Le contrade sbarrate e tolta ogni comunicazione. I delitti i piu’ atroci si moltiplicavano al crescere delle calamita’. Quanto piu’ infieriva il flagello, tanto piu’ trionfava l'iniquita’; dappoi che rimanendo chiusi i tribunali, nessuno poteva porvi freno. I monatti il cui vestito ed aspetto metteva ribrezzo, dominavano ovunque. Il clero con alacrita’ concorreva a prestare i soccorsi spirituali e a porgere ai miserabili appestati quel nutrimento corporale che la carita’ cittadina loro somministrava, ma tutti non ne potevano fruire; moltissimi morivano di fame, d'affanno, di disperazione. Si fecero processioni di penitenza, preghiere, limosine, digiuni, voti e promesse per placare la giusta collera divina. E quando a Dio piacque cesso’ finalmente il tremendo flagello, restando vivi solamente orfani, orbati ed derelitti di ogni condizione, eta’ e sesso».
Mori’ in questa occasione, pure di peste, anche quel certo Ottavio De Guazonibus che lascio’ all’arcipretura di Pieve d'Olmi la prebenda che costituisce il beneficio parrocchiale della parrocchia, situato proprio in S. Lorenzo Guazzoni, di cui certamente il benefattore di cui rimane solo il nome in un documento della visita pastorale del 1639 era signore e feudatario. Quando i superstiti di Pieve d'Olmi, passata la tremenda bufera, poterono contarsi, certamente avranno ringraziato il Signore per lo scampato pericolo.
Non sappiamo con esattezza di quanti abitanti sia DIMINUITA. Abbiamo solo delle indicazioni approssimative, notando che nella visita pastorale del 22 maggio 1599 la parrocchia contava 795 fedeli, mentre passata la peste, dopo 40 anni, nella visita pastorale del 16 agosto 1639 la popolazione e’ di 770.
Salira’ a 1237 nel 1673.


LA GUERRA DEL 1647-1648 DICHIARATA A PIEVE D'OLMI


Anno 1950 - Verso San Daniele Po

Dal 1634 al 1638 fu arciprete in Pieve d'Olmi Don Francesco Candelauro di Stefani. Nell'archivio di curia vescovile sono conservati interessanti documenti che descrivono la chiesa, la casa parrocchiale, gli usi e le tradizioni della popolazione. Sotto questa arcipretura si ha il famoso assedio di Cremona del 1648 e la guerra dichiarata proprio da Pieve d'Olmi per la difesa della citta’ nel 1647, con le battaglie del Forcello e Lagoscuro e S. Fiorano dove abita il marchese Gio Battista Ariberti.
Una tragica guerra scoppio’ tra francesi e spagnoli. Il funesto teatro di essa fu il Piemonte, il Monferrato e la Lombardia superiore.
Il duca di Savoia, che prendeva parte alla guerra favoriva ora i francesi, ora gli spagnoli, secondo l'interesse che prevedeva. Il ducato di Milano (e Cremona era sotto tale ducato) venne gravato di una imposta di 300.000 filippi per far fronte alla guerra che ben presto si estendeva alla Lombardia inferiore. Francesco 1, figlio di Alfonso III d'Este duca di Modena, fatta alleanza coi francesi e savoiardi, e’ dichiarato generale supremo dell'esercito, e decide la conquista del cremonese. Si unirono le truppe alleate a Brescello, e, valicando il Po a Dosolo, si impadronivano di Correggio Verde, Pomponesco, Casalmaggiore. Cremona era senza mura.
Avuto avviso attraverso un corriere espresso, il governatore dello Stato, che il nemico aveva passato il fiume Po e avanzata verso Cremona, mando’ a Cremona il Castellano di Milano Don Giovanni Vasquez Coronado per decidere il da farsi. A Pieve d'Olmi il 25 settembre 1647 si riunisce il consiglio di guerra.
«Ivi fu discorso, e fra quei capi D. Luigi Poderico generale della cavalleria di Napoli disse sopra di cio’ con argomenti efficaci, e mostro’ con vive ragioni doversi alla Maesta’ del Re N.S. conservare citta’ di considerabile e ben affetta».
Si decise quindi proprio a Pieve d'Olmi la difesa di Cremona. A Cremona furono percio’ nel brevissimo spazio di 6 giorni innalzati ripari, scavate fosse, atterrati alberi, diroccati borghi, tagliati ponti sul canale lungo la strada detta Cerca, perche’ non si accostassero i nemici.
Vari battaglioni di fanteria lombarda, napoletana, spagnola, tedesca e cinque squadroni di cavalleria vennero introdotti in Cremona che in un momento fu provveduta di grano, munizioni, attrezzi militari. Saliva intanto lentamente il nemico, depredando ovunque passava. La milizia urbana prese le armi, e fu rinforzata da parecchie schiere di contadini. Il I ottobre comparve l'armata collegata in vista della citta’ con 12.000 combattenti. La sua avanguardia si pose nel convento di S. Rocco de’ Frati Serviti (che allora esisteva in via San Rocce). Le piogge dirotte che caddero per piu’ giorni, e le acque disalveate che allagarono il convento e le campagne vicine, obbligarono il nemico a desistere dall'impresa di conquista della citta’.
Al 6 ottobre, l'esercito francese si ritira inseguito dagli spagnoli con a capo il Maestro di Campo Generale con molti ufficiali e nobilta’ cittadina.
Raggiunge le retrovie francesi alle Ca’ Basse e Forcello sono dagli spagnoli coraggiosamente investite. E benche’ facciano gagliarda resistenza, rimangono sul campo piu’ di 300 cadaveri fra i quali quello di Vittorio Bigolotto sergente maggiore di battaglia, e di altri ufficiali francesi. Tra i feriti c'e’ il conte Alfonso Montecuccoli. Degli spagnoli rimangono solo 8 feriti. Il corpo di Bigolotto fu portato a Cremona e sepolto con molto onore a Sant’Agata.
Continuando la pioggia, gli spagnoli desistono dall'inseguimento.
Lo stesso Francesco 1, duca di Modena, ritiratosi dalle vicinanze di Cremona che aveva attentato di assediare, viene a pernottare il 6 ottobre 1647, col suo esercito, a San Fiorano. Il giorno dopo prosegue per S. Daniele, sempre sotto la pioggia, dove sosta a passare in rassegna l'esercito. Gli mancano 500 fanti francesi e 1.800 soldati di altre nazioni, tra morti, feriti e dispersi.
Continua l'inseguimento fino a S. Daniele, ma sopraggiunge l'ordine di D. Giovanni Vasquez Coronado che fa ritirare la cavalleria e i moschettieri a Cremona.
Il grosso dell'esercito francese passa l'inverno a Casalmaggiore. Il duca di Modena per tenere in allenamento il suo esercito, l' 1l novembre esce a conquistare e depredare Rivarolo, Mottaiola di Cappella Picenardi, spogliando cascinali di 200 capi di bestiame e facendo prigionieri gli uomini che oppongono resistenza.
Si spinge il 20 e 25 novembre a Cella, Sospiro, conducendo via anche le donne, spogliando chiese e rubando le campane dalle torri.
A Cremona proseguono intanto con tanta alacrita’ le fortificazioni. Tutti indistintamente i cittadini lavorano, portando terra in citta’. Fu piantato sul piazzale di Santa Lucia una forca per punizione di coloro che senza legittima causa non avessero voluto applicarsi al lavoro. Difatti 2 furono impiccati.
Siccome i nemici avevano occupato e spogliato, imprigionati gli abitanti, Casteldidone, Piadena, Castelfranco, Drizzona, Pontirolo, Monticelli Ripa d'Oglio, Cappella Picenardi, Gurata, Cella, Pugnolo, Tidolo, Mottaiola, Binanova, Aspice, Corte de Frati ecc. per mettere freno a tanti danni alcuni nobili riunirono una scelta squadra di intrepidi contadini, chiamati poi dai francesi farabutti, e dandoli al comando di Marcantonio Brunello, praticissimo di tutte le strade del cremonese. Egli ed i suoi soldati divennero il flagello ed il terrore dei nemici.
Il 18 marzo 1648 i nemici sono anche a S. Fiorano. Ma con poco frutto, perche’ la gente di questi cascinali si e’ gia’ ritirata in citta’, per trovare difesa.
Avanzano al Lago Scuro. Qui tentano di entrare in una cascina nella quale sono rinchiusi piu’ di 100 paia di buoi, invano; fattisi forti quelli dentro a un cascinale fortificato e difeso, offendono, ne possono essere offesi.
Si ritirano in fretta temendo un attacco dalla citta’. Il 4 aprile saccheggiano Pugnolo, Cingia de’ Botti ed altri luoghi nonostante due mesi prima avessero promesso difesa. Cosi’ poco dopo fecero a S. Salvatore, Sospiro, Tidolo ed in altri Comuni.
La mattina del 20 maggio tra la Madonna del Campo e S. Sigismondo si schiera tutta la cavalleria, fanteria e l'artiglieria. L'esercito conta 3.000 cavalli e 5.000 fanti. Alloggia la notte a Sospiro, S. Salvatore e luoghi vicini; 400 cavalli francesi ed alcuni fanti si spingono fino a Pieve d'Olmi. Ma fattisi incontro i farabutti inizia una sanguinosa battaglia che termino’ con la morte di 15 di questi ultimi; 10 prigionieri farabutti furono impiccati.
Dei francesi morirono due capitani con 6 cavalli ed alcuni fanti.
Rimase a Pieve d'Olmi il bottino raccolto in luogo, come pure i prigionieri che tra uomini e donne assommavano a 70.
Sul finire di giugno 1648 il principe di Modena si dirigeva verso Cremona e prendeva d'assedio la citta’. L'assedio duro’ tre mesi (dal 22 luglio al 14 ottobre). Dopo lungo combattimento la vittoria fu dei cremonesi, spagnoli ed austriaci, ed i nemici si ritirarono a Casalmaggiore da dove passarono sul reggiano e sul modenese.
(Giuseppe Bessano: Le turbolenze di Cremona per l'armi della Francia, Savoia e Modena degli anni 1647-1648, stampato a Cremona nel 1650.
Angelo Grandi: Descrizione dello stato fisico-politico-storicobiografico della Provincia e Diocesi di Cremona, stampato a Cremona nel 1856. Archivio parrocchiale di Pieve d'Olmi).

continua....